Sara, nuova matricola di Medicina | Storie di successo

Sara di Martino è una matricola di Medicina, all’Università di Napoli Federico II e oggi è qui per raccontarti la sua storia.

Appena ti senti pronto, prenditi qualche minuto per leggerla e viverla fino in fondo.

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Al combattente che sta leggendo queste parole: se sei arrivato fino a qui nella tua vita, sei un grande soldato. Stai scegliendo o, probabilmente, hai già scelto, di combattere per il resto della tua vita per il bene  degli altri, aspirando alla professione medica e/o ad entrare nel mondo della medicina in generale.

Ti dico che sei un grande soldato perché il percorso che ti ha portato a questa scelta è stato, molto probabilmente, pieno di filo spinato.

Lo so bene, anche io ho attraversato quella strada piena di persone che cercavano spesso di dissuadermi, o di convincermi che è inutile provare un test del genere senza raccomandazione, che le materie scientifiche non sono per te, che scegli un’altra strada.

Eppure, eccomi qua dall’altro lato della strada minata. Ti aspetto qui.

Dopo questa intro molto poetica e sofferta posso presentarmi: mi chiamo Sara, ho 20 anni e ho iniziato lo scorso ottobre il percorso universitario dei miei sogni. Studio Medicina e Chirurgia alla Federico II di Napoli. Ti racconto com’è andata.

Dopo le scuole medie, scelsi il liceo linguistico perché mi piaceva molto l’idea di diventare una musicista e di girare il mondo. Nel frattempo frequentavo anche il conservatorio.

Fatto sta che durante gli anni del liceo la mia prospettiva è cambiata radicalmente, influenzata da problematiche psicofisiche: iniziò a balenarmi l’idea che io la musicista di professione non volevo più farla. Volevo fornire la mia esperienza alle persone che avrebbero dovuto affrontare le mie stesse difficoltà nella vita. Ma appunto, era solo un’idea.

In quarta liceo mi decido: “Mamma, papà: voglio fare il medico”. Lascio il conservatorio, inizio a studiare meglio la Biologia e la Chimica per conto mio, non vedo l’ora che arrivi la maturità.

Devo dire che per il mio primo tentativo al test le persone attorno a me sono state molto fiduciose, probabilmente per il mio buon rendimento a scuola. Ma, ahimè, io ero abituata a studiare Hugo e Shakespeare, non sapevo cosa significasse fare esercizi puramente di ragionamento e di pratica con numeri, stechiometria e proporzioni.

Il più grande errore durante la preparazione del mio primo test è stato proprio quello di trascurare la pratica: solo uno sguardo ai test degli anni precedenti, giusto qualche simulazione, fra l’altro senza strategia né monitoraggio del tempo e del punteggio. Per non parlare dei quesiti di Matematica e Fisica. Pensavo “Va beh dai, cosa saranno mai 12 punti in più”.

E già da questo, capisci che non avevo capito niente del test di Medicina. Ero troppo sicura della mia capacità nel saper studiare, studiare cose puramente teoriche però. Sapevo in ogni caso di non essere pronta, ma era come se avessi paura di affrontare le mie debolezze perché le vedevo come permanenti.

Non migliorabili.

Cose troppo matematiche per Sara, che impara le definizione di limite a memoria perché la matematica non è per lei, non ci arriva.

Ebbene, arriva il giorno del test: 5 settembre 2017.

La conferma di tutte le mie paure e il mio primo grande fallimento dal punto di vista della formazione scolastica. Quei 100 minuti li passai a chiedermi cosa avrei fatto dopo, cosa avrebbe pensato la mia famiglia di me, con quale prospettiva diversa mi avrebbero guardato le persone, che mi credevano un genio.

Tutto fumo e niente arrosto.

5 settembre 2017, prima serata: già sapevo di non potercela mai fare col mio punteggio di circa 45.

I mesi successivi furono davvero tosti da affrontare. Mi iscrissi alla facoltà di Chimica, e il primo esame era quello di analisi matematica.

Eccolo là, il mostro.

Non più di tanto per la mia disabitudine alla matematica, ma per il face-to-face col fallimento.

E poi Chimica, e poi Fisica. Mi trovavo ad affrontare cose per me ostiche, sforzandomi di superare ostacoli per cui non valeva la pena lottare, perché anche superarli non mi portava a un passo più vicina alla laurea che volevo io. Era tutto un ripiego senza senso , senza prospettiva.

Una vita random.

Ma una luce c’era. La luce si chiamava 4 settembre 2018. Dai Sara, mancano solo 9 mesi, poi 8, poi 7. Superai tutti gli esami del primo semestre, con mia grande sorpresa.

Stavo affrontando il mostro del fallimento, e se avevo le capacita di superare un esame di analisi matematica, potevo benissimo affrontare il nuovo test di medicina. Per lo meno, con nuove consapevolezze.

Aprile 2018, credo. La mia amica Alessandra, che conosco da quasi 10 anni, mia compagna di disavventure, mi dice che c’è questo gruppo di studenti di Medicina che aiutano aspiranti studenti di Medicina a prepararsi al test.

Che cosa bella, bella nel vero senso della parola. Si chiamano Pro-Med,  e fanno un pomeriggio di Aula Studio a Napoli. Perché no Ale, andiamoci.

Alessandra non poté più venire, quindi andai da sola. Pro-Med sì presentò in tutto il suo splendore: i ragazzi ci raccontarono la loro storia e le attività che ci proponevano.

Ma più di tutto, ciò che traspariva era la loro voglia di fare, di condividere, di aiutarci a realizzare un sogno comune, di lavorare non per noi, ma con noi.

Dopo l’Aula Studio mi iscrissi a Pro-Med, sui social:

  1. Al gruppo Facebook
  2. Alle community WhatsApp
  3. Al canale Instagram 
  4. Alla pagina Facebook.

Ovunque.

I ragazzi postavano ogni giorno quesiti, materiale da cui studiare, simulazioni, incoraggiamenti, consigli. Ho trovato una comunità di persone collaborative, disposte al confronto, che si sostengono a vicenda e sono sempre a disposizione per una parola di conforto.

Piccoli gesti, che fanno la differenza.

Sostenuta da nuova speranza di farcela e dalla nuova comunità, ho ricominciato a studiare puramente per i test verso giugno, lasciando perdere la facoltà di Chimica, che mi aveva sufficientemente aiutata ad affrontare Matematica, Chimica e Fisica per il test in avvicinamento.

Imparando dagli errori dell’anno precedente, mi sono focalizzata molto di più sulle simulazioni e sul cronometraggio, sul rafforzare i punti deboli piuttosto che risolvere quesiti fatti e rifatti per sentirmi più capace. No, bisogna scegliere la strada stretta e inciampare in tutti i possibili ostacoli durante le simulazioni.

Bisogna sbattere la fronte su quegli esercizi che proprio non ti vengono. Bisogna scoraggiarsi, demoralizzarsi e ripartire ogni volta con qualche consapevolezza in più della simulazione precedente. Perché è troppo vero, solo sbagliando si comprende veramente come riaffrontare meglio quella stessa situazione.

Le debolezze diventano punti di forza, la paura diventa grinta, ci si gasa ed è una sensazione bellissima vedersi migliorare ogni giorno, vedere i punteggi che si alzano.

Agosto 2018, manca solo un mese.

Un mese a quei 100 minuti fatidici, un mese alla partenza per non si sa dove, per il paradiso o per un nuovo inferno? Non lo sapevo, non avevo nessuna certezza. Sapevo solo che volevo maledettamente quel posto a Medicina.

Mi serviva.

Era una necessità assoluta, più forte di quella di dormire la notte.

Agosto è anche il mese del mio corso Pro-Med, a Napoli: una settimana full immersion nella mentalità giusta, nel bruciore alle tempie, nell’adrenalina, nel confronto con gli altri combattenti. Il corso mi ha aiutata soprattutto dal punto di vista della gestione del tempo e delle persone attorno a me. Una simulazione a tempo al giorno, tutti assieme.

Un corso incredibile, davvero.

Un nuovo giorno, un nuovo test, un nuovo confronto, una nuova consapevolezza delle tue capacità e delle capacità di chi ti sta a fianco.

Arriva la settimana prima del test.

Cosa fare? Cosa non fare? Scelta personalissima.

La mia scelta è stata molto impopolare, non so se consigliarla proprio perché è stata la mia scelta, il mio modo di entrare meglio nella prospettiva giusta.

Ho continuato a fare simulazioni fino all’ultimo giorno e a rifare gli esercizi di vecchie simulazioni su cui non ero ferratissima. A quel punto assumere più consapevolezza  di me stessa era diventata una dipendenza.

4 settembre 2018: la resurrezione; il mio giorno; il mio sogno, anche se non lo sapevo ancora. Ho affrontato il test in maniera completamente diversa. Sapevo come la mia mente era abituata a risolvere i quesiti: prima logica, almeno 12 domande per prime.

Lascio dietro quelle su cui sono insicura. Poi Chimica, su cui ero diventata molto forte. Non ne ho sbagliata nemmeno una. Biologia, rispondo alla maggior parte subito, alcune le riservo per dopo.

Matematica e Fisica. Prima di ritornare sui quesiti non risolti, ricopio le risposte certe sul modulo risposte, faccio attenzione ad assegnare ad ogni fila di caselle il quesito del numero corrispondente. Gli ultimi venti minuti li lascio per i quesiti ancora non risolti.

A test finito, mio padre mi chiede: “Com’è andata?”; io rispondo: “Non ne ho idea, so solo che ho risposto a 52 domande”.

Davvero non ne avevo idea, perché ogni minuti del test l’avevo speso a ragionare e non a pensare “Oddio, ne ho sbagliate 5, sono 10 punti in meno, è un altro anno all’inferno”; oppure “Con 40 domande giuste sono dentro”. No, ho pensato solo a dare del mio meglio e ad essere consapevole di me stessa. Punto, il test era finito ancora prima di iniziare.

Il test era durato un anno intero.

E adesso, la prima battaglia si è conclusa con una vittoria, una vittoria contro la paura di una vita ripiegata, di una sensazione di vuoto incolmabile.

Una sensazione di mancanza di me, della me che voglio diventare. La guerra non era tra me e altre 67.000 persone. La guerra era tra la me intimorita e la me che voglio essere.

E adesso sono quello che voglio essere: studio Medicina e farò del mio meglio per gli altri e per me stessa.

Ricordati chi sei, combattente.

Ti aspetto dall’altro lato.

Sara.

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