Ricerca scientifica, atenei del sud vs atenei del nord e test di Medicina: l’intervista al ministro Manfredi

Il 25 dicembre appena passato, l’ormai ex ministro Lorenzo Fioramonti ha rassegnato le dimissioni.

Tale scelta è avvenuta in seguito all’approvazione dell’ultima legge di bilancio da parte del governo, colpevole (a detta sua) di stanziare pochi fondi per il dicastero di cui era a capo.

Il presidente Conte ha quindi annunciato, nella conferenza di fine anno, la nomina dei due nuovi ministri scelti per rimpiazzarlo. Esatto, due ministri, vista la scelta di dividere il MIUR in altrettanti ministeri. Quindi nell’attuale scacchiere di governo ritroviamo ora Lucia Azzolina all’Istruzione con delega alla scuola e Gaetano Manfredi per l’università e la ricerca.

Quest’ultimo, già rettore della “Federico II” di Napoli e presidente della CRUI, si guadagna la nostra attenzione rilasciando un’intervista al “Messaggero”, pubblicata il 29/12, dove espone a sommi capi la linea d’azione che intende seguire per rilanciare la ricerca in Italia e risolvere la discrepanza fra università del nord e del sud.

E sul test?

Puntualmente arriva anche una domanda sulla prova di ammissione a Medicina su cui il ministro dichiara: “Oggi abbiamo qualcosa come 80mila aspiranti medici ogni anno: siamo fuori scala e per questo non possiamo prescindere dal test a numero chiuso. Ma possiamo ampliare la disponibilità di posti”.

Esortato a spiegare come intenda mettere in atto questa sua ultima affermazione, aggiunge: “Già quest’anno c’è stato un incremento di posti e credo che, in base alle risorse e agli spazi che abbiamo, possiamo arrivare ad un bando da 15mila posti. Un obiettivo raggiungibile già dal prossimo anno, certo servirà un investimento. Lavorerò su questa strada e non solo”.

Manfredi si rivela molto meno sibillino del predecessore, che in merito aveva rilasciato solo una breve dichiarazione in un’intervista al “Corriere”. Appare infatti evidente che persista la volontà di aumentare i posti disponibili (come già lasciato intendere da Bussetti prima e Fioramonti poi) ma con la promessa di circa 3500 unità in più rispetto al 2019 (che già contava 11568 posti contro i 9779 del 2018).

Fino a che non abbiamo concretezza in mano, restiamo però scettici (ci è concesso, no?).

Ma forse il meglio deve ancora venire.

Infatti, nuovamente invitato a dire di più, il nostro licenzia un’ultima dichiarazione, che si rivela forse la più interessante fra tutte:

“Sul test e sui quesiti da proporre: devono corrispondere alle competenze per cui i candidati vengono selezionati. Ritengo inoltre che anche la preparazione al test debba essere pubblica, per evitare i costi dei corsi privati”. Senza spingerci troppo oltre nel campo delle speculazioni, questo ci consente di affermare che si potrebbe andare incontro ad un dietro front rispetto alla “rivoluzione Bussettiana” che aveva sconvolto lo scorso test, riportando cultura generale fra le sezioni preponderanti.

Anche se, le nostre rimangono ipotesi.

Cosa resta da dire quindi?

Dando per buone queste premesse (su cui ahimè vige sempre il veto dei poco meno di 3 miliardi stanziati, a questo punto, per due ministeri), possiamo dedurre:

  1. certezza della stabilità del test,
  2. posti disponibili in aumento

In più, basandoci sulle parole del ministro, potremmo azzardare un ritorno a quiz di logica più numerosi o, perché no, un rinforzo ulteriore alle sezioni di Biologia e Logica.

Aspettiamo dunque le novità del prossimo bando, dove scopriremo se le nostre ipotesi saranno confermate dai fatti: fino a quel momento, studiamo assieme come se sapessimo che niente cambierà.

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