“Ma sto facendo la scelta giusta?”

Affrontare sessioni su sessioni di studio senza fare prima un’analisi di come dovresti rivolgerti alle tue attività non solo è inutile, ma è controproducente.

Per esperienza, stare appiccicati ai nostri progetti senza avere un quadro generale non è mai la scelta migliore: perché zoommare prima ancora di aver capito se l’ambiente che sto fotografando sia Bruxelles o Amsterdam?

Eppure lo facciamo spesso: siamo talmente tanto impegnati “ad essere impegnati” che non ci rendiamo conto delle nostre azioni collaterali.

Perché vogliamo essere inconsapevoli, perché vogliamo sfuggire alle domande come:

“Ma sto facendo la scelta giusta?”

“Sono davvero felice?”

“Sarò felice se proseguo per questa strada?”

Non vogliamo, perché le energie che richiedono questo genere di domande sono, talvolta, più di quante non ne possediamo.

Prepariamo taniche di caffè, compriamo libri, fotocopiamo appunti, studiamo per ore senza sosta e senza voglia per seppellire questo genere di domande.

Pur di non avere la mente popolata di questi interrogativi, saremmo disposti a fare qualsiasi cosa: lavare per un pomeriggio intero la macchina del nostro peggior nemico, lavorare gratis o fare manicure e pedicure per volontariato.

Tutto pur di non fronteggiare le nostre insicurezze, tutto pur di non avere in testa pensieri impegnativi ed ingombranti.

E per un po’ questo sistema di autodifesa funziona anche: c’è gente che passa vite intere a fare cose che non ha voglia di fare, con persone a cui non piace, solo per orgoglio personale.

Solo per poter nascondere il fatto che ha fatto una scelta sbagliata, magari in un periodo difficile:

detestiamo dare ragione agli altri e, pur di fare una bella impressione su amici, familiari o sconosciuti, investiamo fino all’ultimo briciolo della nostra forza di volontà.

Ma, prima o poi, arriva.

Che cosa sto facendo?

“Questa vita non è mia, non è quella che voglio”.

E questo può valere per scelte di vita imponenti o anche per aspetti più limitati: quel momento arriva.

Con questa consapevolezza, dobbiamo farlo arrivare il prima possibile.

Dobbiamo percepire questo senso di fallimento (più o meno ampio) appena possiamo, appena abbiamo qualche grammo di forza per affrontarlo.

Non sarà facile, non è mai facile mettere in discussione quello che pensiamo, quello che facciamo o anche l’ambiente che ci circonda: ma, per vivere bene la nostra personalità, dobbiamo farlo.

Staremo meglio, saremo quello che abbiamo sempre voluto essere o, semplicemente, saremo migliori.

Ma se non iniziamo, se non abbiamo neanche la maturità di riconoscere quello che vogliamo cambiare, niente andrà per il verso giusto.

Passeremo la vita in uno stato di apparente serenità e stabilità, solo a patto di essere degli struzzi, di mettere la testa sotto la terra e smettere di ascoltarci.

Quanto ancora sei disposto a tenere le tue ambizioni nascoste?

Ma, ancora più importante:

quanto stai guadagnando, in questo momento?

E quanto stai perdendo, in questo momento?

In questo momento sono su un aereo, diretto a Bruxelles, per godermi un po’ di momenti di serenità e di tranquillità. Mi sono preso del tempo per scrivere queste righe perché, in questo periodo, sto dedicando sempre più tempo alla consapevolezza.

Al verso del mio percorso, alle tappe che mi sono prefisso per i prossimi mesi.

E se c’è una cosa che ho imparato a fare nel corso del tempo è allenare la positività.

Attenzione: probabilmente avrai sentito un sacco di volte di tizi di dubbia provenienza parlare del pensiero positivo come una sorta di prigionia nella quale devo ogni giorno ripetermi che sono fantastico, che sono meraviglioso e che posso decidere io qualsiasi cosa che mi riguardi.

Facendo questo, non allenerai la positività, ma la frustrazione di non acquisirla.

Ripetere ogni ora che sono una persona di successo non mi renderà di successo.

Ripetere ogni ora che sono perfetto non mi renderà perfetto.

Ripetere ogni ora che sono ottimista non mi renderà ottimista.

Tutto questo, per un semplice (e banale) motivo: nonostante siamo noi a costruire il nostro metodo per la positività, questa non dipende unicamente da noi.

Dipenderebbe solo da noi se nascessimo, crescessimo e morissimo da soli: ma, nel mondo reale, abbiamo a che fare con delle persone, le quali contribuiscono all’instaurarsi di situazioni, piacevoli o spiacevoli.

La positività proviene dall’esterno, ogni situazione di cui facciamo parte ha una dose di positività: dobbiamo semplicemente diventare abili a coglierla, e a renderla preponderante rispetto ad ogni altra emozione.

Perché è così necessario costruire un metodo per la positività?

Perché la nostra capacità di risolvere i problemi, la nostra abilità a trovare nuove soluzioni dipende dalle emozioni che proviamo.

Affrontare un problema da arrabbiati farà diminuire le nostre performance.

Affrontare un problema da impauriti farà diminuire le nostre performance.

Qui potresti chiederti: ma se è così, perché lo facciamo?

Perché, dal punto di vista evoluzionistico, è utile farlo: è stato dimostrato da più studi scientifici che le emozioni negative sono le uniche che tendono a suscitare delle azioni.

Quindi, sempre evoluzionisticamente parlando, ci fa comodo essere arrabbiati se ho un problema da risolvere perché mi spinge ad agire, quindi a muovermi per la risoluzione del problema.

Qual è l’azione associata alla paura? La fuga, ad esempio.

Qual è l’azione associata alla rabbia? L’aggressione.

Qual è l’azione associata alla serenità?

Ecco, appunto.

Non è definita, non è chiara e limpida come invece quelle associate a rabbia e paura.

Se il mio problema è un orso che viene verso di me, la mia condizione di paura mi spinge a risolvere (o quantomeno tamponare) il mio problema, fuggendo.

Il problema è che, quando ci troviamo a risolvere problemi con stati d’animo ed emozioni negative, le nostre performance calano.

Abbiamo la testa talmente occupata dall’azione associata al nostro stato d’animo che la lucidità è un optional, non abbiamo un quadro d’insieme della situazione.

Non riusciamo a vagliare le diverse possibilità per la risoluzione del problema, non riusciamo a stilare in modo lucido e rapido una lista con le opzioni: scappiamo, aggrediamo o altro.

Un atteggiamento positivo è uno stile di pensiero che ci permette di avere una concezione più ampia del problema, in tutte le sue diramazioni e le sue conseguenze: possiamo scegliere sapientemente come agire, non dettati da istintività e approssimazione.

Se non sei motivato, non puoi essere positivo.

Se non capisci perché lo stai facendo, non puoi dare il tuo meglio.

Ti chiedo un favore adesso, e ho bisogno che tu non mi menta e non menta a te stesso.

Non scappare ora, prenditi le tue responsabilità.

Come ti senti, in questo momento?

Cosa senti di aver capito leggendo queste righe?

Come credi di continuare il tuo percorso?

Hai dubbi sul tuo cammino?

Se sì, di che genere?

Devi esser pronto a leggere le restanti righe di questo corso e, per esserlo, devi fare introspezione, devi guardarti dentro.

Devi trovare le risposte che cerchi disperatamente al di fuori della tua mente dentro di te, perché solo tu ti capisci al 100%.

Sai, non credo di dire una cosa nuova se dico che nessuno (o al massimo 1 o 2 persone) ci conosce in ogni aspetto, ci conosce esattamente per quello che siamo.

Ma questo perché siamo soliti a nascondere i nostri difetti anche agli occhi delle persone che amiamo, correndo continuamente dietro le aspettative altrui e dietro il giudizio delle persone che ci stanno attorno.

E, facendolo, nascondiamo i nostri difetti anche a noi stessi o, perlomeno, cerchiamo di farlo.

Cerchiamo di pensarci migliori, cerchiamo di ritenerci migliori, sforzandoci a dimenticare gli errori e gli sbagli che abbiamo fatto o quelli che potremmo fare.

Ma, sebbene abbiamo la sensazione di riuscirci, questa sensazione non dura più di qualche attimo, perché non possiamo nasconderci a noi stessi.

E’ come se io giocassi a nascondino contro di me: in quanti millisecondi mi troverei?

Ti conosci, sai come sei.

Non nasconderti dietro un dito, non perdere l’occasione di guardarti esattamente per quello che sei.

Fermati, fermati per un istante.

Chiudi gli occhi e assapora lentamente il fatto di star entrando in un’altra dimensione, la tua personale.

Sappiamo che la capacità di apprendere nuovi concetti è basata sulle connessioni tra i neuroni, sulla potenza di queste connessioni e sulla capacità di crearne di nuove.

Ma, meno scientificamente, sappiamo che organizziamo le informazioni apprese in dei cassetti mentali, in cui categorizziamo le informazioni che abbiamo appreso nella nostra esperienza.

Sì, ora immagina questi cassetti, immagina di averli proprio davanti a te, a portata di mano.

Ci sarà il cassetto “cultura”, che conterrà diversi fascicoli in base alla disciplina e all’ambito.

Ci sarà il cassetto “relazioni”, che conterrà diversi fascicoli divisi per tipologia di rapporto e per cronologia magari.

E poi ci sarà il cassetto “scelte”, che conterrà diversi fascicoli divisi per complessità di scelta, ad esempio.

Apri quest’ultimo cassetto, spulcia brevemente i fascicoli e concentrati sulle tue scelte recenti, magari quelle che puoi ancora cambiare, quelle su cui ancora hai potere.

Sei da solo, nessuno ti guarda, nessuno ti giudica.

Analizzale, modificale lievemente o drasticamente, confermale.

L’importante è che tu ne abbia consapevolezza, l’importante è che tu sappia perché muoverti in quella direzione, quando farlo e come farlo.

Nessuno ti giudica, nessuno.

Ci sei solo tu, seduto/in piedi/sdraiato, a parlare con tutto te stesso.

E hai il potere di ascoltarti completamente, hai il potere di consigliarti (a bassa voce o a squarciagola) sulle tue destinazioni, sui tuoi step.

Ma fallo ora, non perdere altro tempo.

Un abbraccio,

Mario.

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