Esercitati e simula: diffida di Virginia (e di Marco)

Oggi ti racconto una storia di qualche anno fa, che spero (e credo) ti sarà utile per il tuo studio. E’ un po’ lunghina, ma ho voluto renderla il più dettagliata possibile per farti appassionare un po’ e non essere noioso.

Estate 2015.

Avevo costruito attorno a me una compagnia di studio, nonostante il mare, il sole, il cielo azzurro d’agosto: ci organizzavamo 2-3 volte alla settimana, sceglievamo un posto diverso ogni volta e per quelle 5-6 ore non c’eravamo per nessuno.

Testandoci, avevamo capito che cambiando posto ogni volta la nostra produttività in quelle ore aumentava, anche se non sapevamo effettivamente da cosa questo dipendesse.

Ci annoiava studiare sempre nello stesso posto, quindi un pomeriggio studiavamo per terra nel parco vicino casa di Marco, il pomeriggio successivo nel bar sotto casa di Virginia e così via.

Via telefoni, iPad o qualsiasi cosa potesse darci fastidio.

La cosa sorprendente era che, per quelle 18 ore a settimana, non esisteva altra cosa al mondo che non fosse il nostro obiettivo, quello che condividevamo pienamente e senza esitazione: volevamo studiare tutti Medicina, poco altro da aggiungere.

Quindi, nonostante il clima molto disteso e di amicizia che dopo qualche settimana si era venuto a creare, nell’aria c’era sempre un pizzico (per usare un eufemismo) di competitività che alimentava la nostra sete di conoscenza, di preparazione.

Una competitività sana però, non fraintendermi.

Finchè un giorno..

Ho trovato una simulazione online. Beh, facciamo una gara, no? Ci divertiamo e entriamo in competizione, proprio come durante test ufficiale“.

Da lì in poi, ti lascio immaginare.

Provo a sintetizzarti i pensieri di ognuno, scusandomi anticipatamente per le parole poco garbate che (necessariamente) userò:

Marco: “Ci divertiamo? Non credo proprio, io vi sfascio tutti“;

Virginia: “Giovanni, almeno 20 punti in più di te, fosse l’ultima cosa che faccio

Io: “Giovanni, ti lascio scegliere quanti punti in più di te farò: 10, 30 o 40? Scegli tu

Giovanni: “Ahahahahahahah, che belle le gare“.

Giovanni, per alcuni suoi comportamenti, si faceva odiare, questa è la verità.

E “mio padre mi ha spiegato ieri la storia del bisfosfoglicerato”, e “ma la sapete la storia della Corea di Huntington”.

Dopo un po’ però basta, che dici?

A parte questi comportamenti un po’ così, era un ottimo compagno di studio: disponibile a spiegarti dei concetti che non ti erano chiari, disponibile a darti una mano con dei quiz un po’ ostici, disponibile a passarti del materiale per studiare.

Marco e Virginia erano molto amici (e forse anche qualcosa in più, ma non se n’è mai avuta la conferma) e prima di vederci tutti insieme per i nostri pomeriggi di full immersion, passavano un’oretta abbondante da soli perchè Marco era un po’ indietro con lo studio, mentre Virginia, essendo una studentessa di Biologia al primo anno, era molto più avvantaggiata di lui e si era offerta di fargli da tutor per quell’ultimo periodo di preparazione.

Questa la ragione dichiarata, poi non so il servizio di tutoring cosa comprendesse.

Avevamo stili diversi, molto diversi:

Virginia era ossessionata dai dettagli, dalla precisione, dalla finezza delle informazioni: ripassava la teoria di ogni materia tutti i giorni, a rotazione;

Marco era un po’ così, voleva già essere chirurgo, non aveva voglia di ripetere mille volte il Ciclo di Krebs, ma comunque ogni volta che affrontava una simulazione ci metteva l’anima;

Giovanni era convinto che il 60-70% di un buon test era dato dalla qualità delle esercitazioni, che doveva essere assolutamente impeccabile per accompagnare lo studio;

Io più o meno la pensavo come Giovanni, anche perchè ho sempre fatto affidamento sulla pratica per consolidare i concetti che studiavo.

4 computer (altro che 4 ristoranti di Borghese) su un tavolino minuscolo, motivazione a mille, 100 minuti per dimostrare a se stessi di essere capace di qualsiasi cosa.

Via.

Primo a finire: Marco;

Ultimo a finire: Giovanni;

Maggior numero di risposte date: Virginia;

Minor numero di risposte date: Giovanni;

Maggior numero di risposte esatte: Io.

Marco sì ci metteva l’anima, ma non aveva le basi teoriche per rispondere ad abbastanza quesiti, quindi molti li ha sparati a caso perchè, come vi dicevo prima, lui si vedeva già primario;

Giovanni era quello più meticoloso, quello che riguardava le domande e le rispettive risposte più di una volta e calcolava la percentuale stimata dell’errore: quindi appunto è stato sia quello ad aver finito per ultimo e sia quello ad aver dato il minor numero di risposte date.

Virginia non si era mai esercitata come si deve, nonostante avesse basi solide di preparazione. Non ha potuto fissare i concetti studiati, ergo si è trovata, proprio come Marco, a dover rispondere senza certezze ad un buon numero di quesiti.

E, cosa molto più importante, non aveva idea di come strutturare il suo piano di attacco, di come svolgere una simulazione, di quanto avesse senso andare a caso.

Io ero quello che si esercitava di più tra i miei compagni di studio, e la differenza si è vista: ero molto più abituato degli altri a pesare ogni risposta, a capire che ogni esitazione mi sarebbe costata, a settembre, migliaia di posti in graduatoria.

Vuoi sapere i punteggi ottenuti in quella simulazione (approssimati, non me li ricordo perfettamente)?

Marco: poco meno di 30;

Virginia: poco più di Marco, massimo 2-3 punti;

Giovanni: poco più di 50;

Io: sui 45 se non ricordo male.

Vuoi sapere il numero totale di simulazioni ed esercitazioni complete che ognuno di noi ha fatto nel corso della propria preparazione al test?

Marco: 5, circa;

Virginia: 5, tutte successive a quel famoso pomeriggio e nessuna precedente;

Giovanni: 15, circa;

Io: 20-22.

Vuoi sapere chi ora studia Medicina?

Tutti, ma non abbiamo iniziato tutti lo stesso anno.

Io e Giovanni abbiamo passato il test del 2015, Marco quello dell’anno dopo (in seguito ad una grossa ristrutturazione del suo metodo di preparazione, su nostro consiglio quasi forzato) e Virginia quello del 2017, anche lei dopo aver dato la giusta importanza (cioè quella massima) all’esercitazione.

Questa è la storia di quel pomeriggio

che cambiò tutti i restanti pomeriggi della mia vita.

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